Non ho una parola da aggiungere.
L'articolo è di Luciano Gallino ed è pubblicato su Repubblica.it del 10.10.2012.
Una sola considerazione ... da allora, cosa è cambiato?
Ricordiamoci che nel febbraio 2011 si era svolto il famoso "referendum Fiat" voluto dall'A.D. e dal Presidente Fiat. In cambio, 20 milioni di investimenti, poi, ottenuto il "si" (54,05% vs 45,95%), nulla di quanto promesso è stato fatto, salvo che la Fiat ha cominciato ad andarsene dall'Italia ...
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| Landini - FIOM |
Il senso del libro di Airaudo, La solitudine dei
lavoratori (Einaudi) è racchiuso nella frase con cui termina:
«Dobbiamo riportare nella politica... la rappresentanza, e con questa
la cittadinanza del lavoro, per uscire da quella solitudine che, per
troppo tempo, in questo paese, ha trasformato in fantasmi le donne e
gli uomini che lavorano».
Responsabile del settore auto della Fiom, l'
autore parla soprattutto di Fiat, ma quel che scrive vale per l' intera
società italiana. Dove sembra che i massimi riconoscimenti in campo
economico e sociale vadano di preferenza alle imprese e ai dirigenti i
quali hanno stabilito che la democrazia, e perfino la Costituzione, si
arrestano ai cancelli delle fabbriche e in genere dei luoghi di lavoro.
Per primi i governi si sono sbracciati nell' elargire tali
riconoscimenti soprattutto alla Fiat, ma tutto ciò che hanno concesso a
questa nel campo delle relazioni industriali e delle riforme del
mercato del lavoro si è rapidamente diffuso a gran parte dell'
industria italiana.
Per contro le donne e gli uomini che lavorano sono
stati trasformati in fantasmi, privati di ogni rappresentanza in
politica perché nella quasi totalità i media e i politici non hanno la
minima idea di un rapporto essenziale per la vita dentro le fabbriche.
È
il rapporto tra il lavoro alla catena e democrazia. Per illustrarlo l'
autore richiama due casi assai efficaci. C' è un operaio a Mirafiori
(ne parlò mesi fa il Corriere della Sera) che da tredici anni avvita
bulloni per montare le cinture di sicurezza sul lato destro delle
vetture. Sono nove in tutto (sei di essi hanno un nome un po' diverso,
ma non fa differenza). Usando un attrezzo ad aria compressa che pesa
parecchi chili, l' operaio, chiamato Sergio nel libro, impiega per
montarli circa 180 secondi, tre minuti. Poi ricomincia la stessa
operazione. In un anno monta più di 70.000 bulloni.
Operazioni del
tutto simili le fanno altre migliaia di Sergio e di Anna negli
stabilimenti Fiat. Che cosa c' entra qui la democrazia lo spiega, in
un' altra citazione, una delegata anch' essa di Mirafiori. L'accordo
imposto dall' azienda la vincola a far rispettare i tempi di lavoro. Un
traguardo che per molti Sergio e Anna può essere, sovente, difficile
da raggiungere. Per diversi motivi: «Perché la linea di montaggio va
troppo velocemente, o le pause sono insufficienti, o fa troppo caldo o
troppo freddo o, ancora, i componenti da montare sono difettosi o mal
posizionati». Ma la delegata non può farci niente.

L' accordo non
consente che possa dichiarare sciopero, che ci siano mezzi per
difendere i lavoratori o per farsi ascoltare dai capi, che la delegata
trovi il modo di rappresentarli. La delegata, a norma di quel contratto
legalmente stipulato, non conta niente. È un fantasma. E con lei non
contano niente Sergio e Anna, in tutti gli stabilimenti Fiat, come in
molte altre fabbriche. Devono soltanto ubbidire.
La democrazia è stata
fermata dai sorveglianti ai cancelli. Il libro dedica giustamente
spazio a un articolo della Costituzione, il 4, che di solito è poco
presente nella discussione sulle relazioni industriali e le politiche
del lavoro. In realtà è un articolo fondamentale, perché vari articoli
della Carta, dal 35 in avanti, parlano di diritti del lavoro,
riferendosi palesemente a chi un lavoro ce l' ha, mentre questo afferma
che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al
lavoro». A rigore, potrebbe essere inteso nel senso che lo stato si
adopera per dare un lavoro a tutti. Un pronunciamento della Corte
costituzionale di vari anni fa ne ha temperato la portata a tale fine,
ma è fuor di dubbio, nota l' autore, che nel sancire il principio del
diritto al lavoro sta il nucleo del diritto alla stabilità del posto.
La legislazione del lavoro degli ultimi quindici anni, sino alla
recente riforma, ha totalmente disatteso il principio dell' art. 4. Un
tema che percorre tutto il libro è ovviamente il disimpegno di Fiat
dall' Italia.
Nel 1989 la produzione era giunta a superare nel paese i 2
milioni di vetture. Quest' anno si prevede che non supererà di molto
le 450.000. C' è la crisi, dice l' amministratore delegato Sergio
Marchionne. Però la crisi ha fatto scendere le vendite del 25 per cento
in Europa, non dell' 80 per cento. Al fine di giustificare il
disimpegno la società ha imputato ai lavoratori e al suo sindacato più
diffuso, la Fiom, ogni sorta di inadempienze, dagli eccessi di
assenteismo agli intralci recati alla produzione dai sindacalisti e
dagli operai, alla vetustà dei contratti di lavoro. A questi si è
pensato bene di ovviare con l' accordo di Pomigliano del 2010, esteso
poi agli altri stabilimenti del gruppo.
Il succo di esso è che Sergio
(l' operaio, non l' amministratore delegato) dovrebbe avvitare un
maggior numero di bulloni al giorno, facendo meno pause durante l'
orario, e lavorare se necessario anche 200 ore in più all' anno. Che
vuol dire oltre un mese di lavoro in aggiunta agli altri e tanta fatica
in più, ogni giorno. A fronte di tanti diritti in meno.
Politici e
commentatori di destra e di centro-sinistra hanno plaudito, in nome
della modernizzazione delle relazioni industriali e della
competitività.
Provasse mai, qualcuno di loro, ad avvitare mille
bulloni al giorno.
Soundtrack:
Fausto Amodei - Al referendum rispondiamo no