Monday, May 11, 2015

Il valore della rivoluzione

Oriana Fallaci
L'altra sera hai voluto vestirti in modo rivoluzionario. Ti sei presentata in verde militare con pantaloni militari con le tasche sulle gambe e la camicia con due mostrine residue e un basco con la stella davanti. I capelli riuniti con la coda che rendevano gentile l'aspetto, ancorché di fronte al sole indossassi occhiali scuri che non mi facevano vedere i tuoi occhi azzurro-verdi.

"Quando è il tempo della rivoluzione e quando è il tempo dell'organizzazione?" mi hai domandato a bruciapelo. Ti ho guardata, sorridendo, e poi ho socchiuso gli occhi per fare sfumare la tua immagine nella luce del sole. Un profumo ambrato e speziato inondava l'aria intorno a te. Mi aspettavo di vederti indosso una qualche immagine del Che ma non la vedevo.

Coles Phillips . Woman reading book in window nook - 1913
"Il tempo della rivoluzione è sempre e quello dell'organizzazione lo è altrettanto, dipende poi da cosa si intende l'una e l'altra ..." ho risposto in modo provocatorio perché volevo farti uscire all'aperto. "Sai, ho avuto tra le mani un vecchio libro di Paolo Spriano. 1971, edizione Einaudi, 'L'Ordine nuovo e i consigli di fabbrica' e ho letto con nostalgico affetto delle lotte operaie e delle speranze di migliorare il mondo degli anni di Gramsci e della sua rivista." hai continuato, estraendo dalla tua borsa che contrastava con il resto dell'immagine perché era una borsa goffrata, arancione, di Miu-Miu, il libretto citato.

"Certo, sopratutto ora che un giovane imbecille presuntuoso si vanta di avere demolito il grande articolo 18 e se ne vanta!" ho risposto. "Sai, sta a noi mantenere la linea dura intellettualmente perché le coscienze non si assopiscano del tutto. Ieri sono stato a Sesto San Giovanni, in via Luciano Lama e ho avvertito che ero nella Stalingrado d'Italia ed ho visto una targa che riconosceva alla città l'onore al merito della resistenza antifascista e antinazista. Una resistenza operaia e non certo padronale. In questo momento in cui la pace in Europa compie 70 anni." Avrei voluto essere vestito anch'io in modo militare ed essere con te seduto al tavolo di una veranda di una casa in America del Sud, con la foresta davanti.

Capannone bramme della Falk
"Diavolo, è tutto finito!" hai esclamato mentre, avendo aperto il libricino, ne leggevi una pagina a caso. Poi hai iniziato la lettura "il primo carattere leninista di Gramsci dell'Ordine Nuovo gli deriva dalla capacità di togliere dalle nebbie il concetto stesso di rivoluzione proletaria, di dargli un contenuto di concretezza e di lavoro, di riportarlo al compito di nuove creazioni rivoluzionarie."

Hai alzato gli occhiali ed ho visto un'espressione corrucciata sul tuo viso mentre una ciocca di capelli biondi scendeva a coprire parte degli occhi. Ti mordevi leggermente un labbro e il sole, dietro di te, costruiva un'aureola di bellezza e di calore in questa tarda primavera. "allora hai ragione tu. Organizzazione e rivoluzione coesistono."

James Dean
Sorridendo desideravo avere un sigaro tra le dita e un bicchiere di rhum davanti a me. In questo modo avrei voluto risponderti ed invece c'era solo il sole di un inizio di Maggio, a Milano. "Si, la rivoluzione pone le premesse dell'organizzazione che a sua volta crea i presupposti per una nuova rivoluzione. Non è possibile scindere un momento dall'altro perché altrimenti avanzeresti a scatti. Nel mentre ti organizzi e metti a frutto i risultati della rivoluzione devi pensare a come migliorare ulteriormente e dove correggere e come risolvere gli errori che fanno parte della staticità organizzativa."

Improvviso il tuo profumo di coriandolo, ambra e pepe mi coglieva stimolando il desiderio di baciarti. Mi sono avvicinato ma i tuoi occhi erano immersi nel libro alla ricerca di nuove risposte. Non ho cercato la bocca ma la tua nuca, attratto dal profumo che era più intenso appena dietro il lobo.

Albrecht Dürer
"In fondo, la natura è maesta in questo perché non è mai statica. E' un continuo di trasformazione e la trasformazione è risoluzione che modifica l'organizzazione. E' l'uomo invece (come se non facesse parte della natura) a desiderare la staticità e l'ordine costituito. Perché teme di perdere ciò che ha conquistato. In questo sta la paura della rivoluzione e la lotta dei conservatori. Ma è follia perché nulla nel mondo si conserva. Tutto cambia, è solo questione di tempo." ho quasi sussurrato, con un tono molto poco politico.

Hai estratto dal libricino la fotocopia sbiadita di una colonna di chissà quale giornale del 3-4 novembre 1920 e mi hai letto una frase: "Le attuali difficoltà (riferite alle condizioni dell'industria italiana) potranno essere superate se le masse comprenderanno come, accanto al nuovo diritto, permanga il dovere di lavorare ed essere disciplinati." Hai fatto una smorfia e hai sbuffato "E' la solita storia, il padrone indica e pretende subdolamente che, per superare le difficoltà, siano i lavoratori ad autodisciplinarsi. Non fa menzione del fatto che il padrone dovrebbe investire del suo, riducendo i profitti, al pari del lavoratore che riduce i propri diritti nei momenti di crisi."

Marilyn - Henri Cartier-Bresson
"Hai ragione, mia cara, sono trascorsi quasi 100 anni da quelle parole e siamo punto a capo. Anzi, mi sembra che siamo arretrati alla generazione 1000 euro al mese. All'epoca, si parlava di 'coscienza teoretica' ma ora mi pare che questo concetto non sia più un obiettivo concreto ma che invece si sia sciolto in un nulla assoluto che non si pone neppure una domanda o un dubbio." Ho replicato con un sorriso mentre mi allontanavo dalla tua nuca. Ogni mio gesto era inutile di fronte alla tua concentrazione 'rivoluzionaria'.

"Siamo in un ambito di realismo ingenuo per il quale 'il reale' viene inteso come assolutamente indipendente dal soggetto, come preesistente ad esso, se non che, poi, la percezione (che è un’attività soggettiva) può permettere di cogliere questa realtà, senza però eo ipso negarne l’indipendenza, senza cioè trasformarla inevitabilmente nell’atto del coglierla." La frase era ad effetto. Apposta sussurrata mentre cercavo un bicchiere per versare del rhum perché lo avevo visto in mezzo ai libri, dimenticato chissà quando.

Long Liyou (龙力游)
Anticipando il mio proseguire, avevi preso parola e, in linea logica hai continuato, "Invece, il realismo critico riconosce che ciò che vale come “reale” altro non è se non l’esperienza di un soggetto, cosicché è presente nel reale un vincolo intrinseco e innegabile che impone che lo si consideri sempre relativo ad un punto di vista e mai assolutamente indipendente dal soggetto. Questa è la presa di coscienza del sè rispetto al resto. E' il punto di partenza per una vita responsabile, partecipativa e non passiva."

La tua bella mente mi affascinava sempre perché faceva da spunto ed anche da motivo di approfondimento, sottolineando quel senso di unione profonda tra noi due. Volevo continuare e quindi risposi "Di fatto, hai ragione perché tra soggetto e oggetto esiste una continuità correlativa. L’oggetto è ob-iectum, cioè gettato di fronte al soggetto, in modo tale che, se viene meno il soggetto, anche l’oggetto scompare, ma anche, il soggetto stesso è sub-iectum, cioè gettato sotto l’oggetto e quindi  in relazione intrinseca con quest’ultimo."

Jean-Paul Sartre & Simone de Beauvoir Hanging with Che Guevara in Cuba (1960)
Volevo approfindre il concetto. Presi fiato e conclusi «Direttamente collegato con il concetto di realtà si pone quindi il concetto di “relazione”, giacché l’oggetto di conoscenza non può prescindere dal riferimento che lo vincola al soggetto conoscente. La relazione rappresenta un nodo speculativo fondamentale. Il tema della relazione rinvia inevitabilmente al tema della complessità." Un sorso di rhum, e per finire, "... la vita è veramente relazionalità intrinseca, interazione, scambio, interdipendenza, comunicazione, e i modelli che cercano di descriverla non possono che essere modelli complessi, il cui elemento semplice è proprio la relazione."

Ti eri alzata dal divanetto di midollino e stavi eretta di fronte a me con un piglio da guardia rossa con il tuo libretto in mano. Piegata leggermente su un fianco volevi proseguire in modo risolutivo e, anticipando che il passo era di Gramsci, mi hai detto "... ma le nostre forze erano troppo esigue per un lavoro così poderoso. Occorre anche confessare che qualche volta ci mancò il coraggio delle supreme risoluzioni. Attaccati da ogni parte come arrivisti, non sapemmo adeguare la meschinità delle accuse: eravamo troppo giovani e conservavamo ancora troppa ingenuità politica e troppa fierezza formale."

Czene Bela . Reading - 1970
Ti eri accesa una sigaretta e il fumo si mischiava al tuo profumo mentre riflettevo su queste ultime parole. "Ecco, siamo alla confessione che l'autostima vacilla di fronte alla grandezza delle presunte difficoltà e questo è un altro modo tipico che il conservatorismo insinua per minare la forza rivoluzionaria. Credi in te stessa e vai avanti! Rispondi alla meschinità delle parole, delle accuse e delle banalità conservatrici! Mantieni la purezza di ideale e non perdere l'ingenuità (questa è un pregio perché permette di vedere attraverso le cose e oltre il banale), tenendola come elemento di analisi alternativa. Il sogno non deve essere umiliato! Sulla fierezza formale, che è figlia della giovinezza assolutista, secondo me, considero che debba essere stemperata con la razionalità della visione e la determinazione della volontà idealista per renderla finalizzata al risultato desiderato."

Janet Hill
"Sai che il 20 giugno c'è il concerto di Manu Chao? Ci andiamo?" la tua domanda era brusca e significava "OK, basta. Ci siamo detti abbastanza per confrontarci e riflettere in seguito. Alla prossima puntata ..."

"OK, prossima stazione 'Esperanza'" ti ho risposto con una frase di Manu Chao che significava che ero d'accordo. Il 20 giugno, a Monza, Manu Chao, mia dolce, bellissima rivoluzionaria.
Will Barnet - Woman Reading
Soundtrack: Manu Chao en el Zócalo de la Ciudad de México, 2006

Saturday, May 9, 2015

Nostalgie de la boue

Eravamo in una seduta fotografica. Scattavi, misuravi, provavi, davi ordini e ti agitavi. La luce non era esattamente quella che volevi, che ti aspettavi ed eri insofferente. La modella si muoveva con una sequenza di pose e gesti che francamente trovavo abbastanza banali e ti chiesi il giudizio. "E' così, per questa seduta, il gesto deve essere standard. Non Le sto chiedendo nulla di più del vestire bene la serie di costumi che dobbiamo riprendere per il catalogo." Come per dirmi che non si trattava di arte ma solo di mestiere.

Mi sembrava di essere in un fumetto di Crepax con Valentina dietro la sempiterna Hasselblad ed i suoi fantasmagorici obiettivi dai nomi affascinanti. Distagon, Exagon, Planar, Xenar, Tessar, Hektar, e chissà cosa d'altro. Io sono quindi Philip Rembrant? Non lo so ma il dialogo segue gli schemi di Guido Crepax. Intellettuali, onirici, disimpegnati e impegnati nel contempo.

La modella saltava qua e là. Alzava le braccia, girava il volto, si fletteva leggermente in avanti e accennava passi o una lieve danza. Magra, decisamente magra e necessariamente bella e molto alta. Ricordavo i miei passi da appassionato di fotografia. Da quella "sociale" a quella di moda. Figlio degli anni settanta non avevo potuto sfuggire le tematiche umane.

Fotografie delle fabbriche. Scatti sui disadattati, alla ricerca dell'attimo espressivo del colmo della miseria o dell'aberranza civile. I senzatetto, i barboni, gli zingari, i bambini con la mano tesa per chiedere l'elemosina e così via.

Cortei di scioperi, manifestazioni di studenti e conflitti con le Forze dell'Ordine. Sempre tesi alla ricerca dello scatto drammatico. Non che ci aspettasse o si desiderasse il dramma ma la ricerca era nei confronti del "problematico".

Ricordavo una mattina, molto presto, una spedizione alla Bicocca. Tra le rovine abbandonate delle fabbriche. Lungo i binari dei treni. In pieno inverno. Con il freddo e l'umidità e i vapori che salivano dai tombini o dai vagoni dei treni.

E le masse di lavoratori delle prime ore del mattino. Ah, le masse! E tutto, rigorosamente ripreso in bianco e nero. Perché il bianco e nero era la giusta ambientazione della ripresa "sociale". E meglio se la pellicola era rapida e sgranata. Sensibile e meno dettagliata. Ilford HP400 da trattare in fase di sviluppo con acidi che ne accentuassero il contrasto e la "grana".

Ecco, così si poteva esaltare il tetro, il dramma, il triste, il dimesso, il disperato, il degradato, il fastidioso, lo scomodo. E poi, dentro nella camera oscura allestita come si poteva per completare i capolavori da esporre in qualche mostra. Non esisteva alcun interesse economico ma solo quello di sfornare un documento sociale.

Stereotipi su stereotipi. Ma terribilmente attratti dal fango. Un vivere fegatoso il malessere del momento politico e intellettuale con le radio che ti sparavano interviste dalle scuole e dalle fabbriche in lotta. Okkupazione.

Poi, dalla "nostalgie de la boue", ecco l'evoluzione verso la fotografia di moda. Verso il ritratto del bello, del gesto affascinante ed evanescente che trasmette piacere e sogno. Ora sono qua, dietro di te che lavori. Che scatti e che invii secchi ordini e domande perentorie. Parli di luci e di calore della luce. Di esposizione, di esposimetri e di sequenze. Di diaframmi e di teli riflettenti.

In a fascinating lecture that marked the opening of the Art of Fashion Symposium, Dingeman Kuilman deconstructed the "Is fashion art debate?" using Yves Saint Laurent's Ligne Mondrian collection.  Interestingly, he found that it might be style, rather than art that we should be focussing on.
E la modella si muove, salta, sorride, si imbroncia e si blocca. La ripresa è a colori. Non ci sono fabbriche o binari alle spalle. Una spiaggia, una piscina e il sole del mare. Non ci sono stracci o cose sporche ma costumi con colori sgargianti e profumo di pelle curata. Non unghie sporche e lunghe e rotte ma mani con dita affusolate e unghie brillanti.

E tu scatti foto su foto. La temperatura è piacevolissima. Hai il winder che lavora in sequenza. Noi avevamo la levetta della ricarica e scattavamo una foto per volta con la Ilford HP400 e faceva freddo.

Soundtrack:  Keith Jarret - Autumn Leaves (Tokyo 96)

Tuesday, May 5, 2015

La generosità si impara?

Reliquary Bust of Saint Margaret of Antioch - Nicolaus Gerhaert van Leyden - 1465-70
Generosità = "Carattere di chi possiede grandi qualità morali" ed anche "larghezza, munificenza nel dare, nel soccorrere, nel ricompensare". (Dizionario Hoepli)

Generosità = Speciale distinzione nobiliare data ad alcune famiglie dai re d'Aragona, specialmente dalla dinastia dei Trastamara. Non si trattava di una nuova concessione nobiliare ad un singolo investito, ma del riconoscimento della nobiltà di sangue dell'intera famiglia (genus). Per questo motivo, i beneficiari della generosità erano tutti i membri della famiglia con virtuale valore retroattivo per gli antenati. Fu prevalentemente utilizzata in Sardegna verso la fine del medioevo per riconoscere ad una determinata famiglia la sua antica e nobile origine. La generosità dava amplissimi privilegi analoghi ai ricos hombres iberici, senza però particolari obblighi verso il sovrano. I generosi erano infatti considerati a tutti gli effetti discendenti dai cavalieri e dai nobili fondatori della patria (nei secoli dal IX al XIII). Da Wikipedia

Kenneth Frazier - Woman with a Rose - 1891-2
L'altro giorno, in un'intervista a Franco La Torre, figlio di Pio La Torre, ho sentito questa affermazione che mi ha colpito: "La generosità è una cosa che si impara". Strano - mi sono detto - ho sempre pensato che la generosità fosse qualcosa di insita in noi che trova espressione indipendentemente dal contesto.

Poi, ho riflettuto ricordandomi un pensiero di qualche decennio fa, in cui avevo tristemente concluso che la generosità fosse un lusso che ci si permette, considerando che a volte non ci si comporta in modo generoso perché non si è nelle condizioni di poterlo fare.

Giuseppe de Nittis - Kimono couleur orange
Ora, ascoltavo un terzo modo di interpretare il concetto di generosità. Rispetto agli altri due, è certamente pratico, concreto e per questo, realistico. Non esclude di fatto nulla dei precedenti pensieri, anzi ne offre una via comune. Si impara la generosità nel momento in cui la si incontra e ci si educa a conservarla dentro di noi per gli altri.

Ma anche, la generosità è oggetto di educazione. Nel senso che non solo noi stessi ma anche gli altri possono essere educati alla generosità. Se educo una persona a questa logica, potrò porre le basi per una sua scoperta e una sua realizzazione dentro un altro. Al pari dell'educare all'egoismo e alla mancanza di rispetto per persone, animali e cose.

Quindi, nel breve, tutti questi pensieri sono tra loro in linea. Sfaccettature della stessa cosa. Nasco generoso. Vengo educato alla generosità. Riesco ad essere generoso. Le prime due consentono di potere esprimere la propria generosità anche in un contesto sfavorevole perché essere generosi può costare molto. In tutti i sensi.

Nella V° stazione della Via Crucis, il Cireneo viene costretto a prendere la croce sulle proprie spalle per aiutare Gesù che veniva condotto sul Golgota. In genere, si pensa al Cireneo come ad un comportamento generoso. Diciamo che non è stato spontaneo ma anche che poi ha portato la croce sulle spalle e che i suoi due figli, Alessandro e Rufo, hanno fatto parte della comunità cristiana vicina a San Pietro.

Diane Leonard - Peace
Salvo d'Acquisto venne fucilato dalle SS naziste per essersi addossato la responsabilità della morte di due tedeschi ed avere così evitato l'uccisione di 22 civili presi in ostaggio per rappresaglia. Aveva poco meno di 23 anni. Il suo era un sacrificio. La sua vita in cambio di quella di altri. La sua unica vita.

Ma non è necessario il sacrificio estremo. Anche il dedicare la propria vita. Ma anche solo una parte in un costellare comportamenti generosi nella propria quotidianità. Questo è sufficiente. Ed è fonte di grande gioia. Una gioia che permette di affrontare anche il sacrificio più grande, verosimilmente, con serenità e grandezza.

Dunjic Vladimir
Soundtrack: John Lennon's Plastic Ono Band"Give Peace a Chance" - 1969

Sunday, May 3, 2015

Merry Pranksters

"I Merry Pranksters! Adoro questa situazione" mi disse la tua voce soffiando il fumo della sigaretta verso l'alto. "E' come se sentissi un'infinità di sensazioni epidermiche, olfattive, sonore e tattili e gustative. Tutte insieme e che corrono nella stessa situazione. Si uniscono ad orizzonti comuni che si intrecciano con la memoria."

Parlavi del movimento di transizione tra la Beat Generation e gli Hyppies. Mi piaceva osservare i tuoi occhi sognare, guardando un orizzonte che solo per puro caso poteva coindividersi col mio.

In realtà, il mio si fermava all'oggetto in fondo, all'orizzonte (una casa, un albero, che so ...) mentre il tuo lo trapassava per proiettarsi verso la visione del tuo spirito. "Forse, quello che percepisci come un tutt'uno è il sogno di libertà che desideri e al quale avresti voluto partecipare. Condividere, almeno intellettualmente. Non so se avresti sopportato la dura realtà di gente sporca, magari volgare e con gli stessi difetti dei mediocri, ancorché ammantati di estasi psichedelica o libertaria. Non lo so."

Mi hai guardato mentre aspiravi una boccata di fumo e il tuo sguardo mi chiedeva "Perché dici questo? Vuoi ferire il mio sogno?" Ti ho subito risposto che non era un atteggiamento aggressivo il mio ma banalmente realistico e sottolineavo il termine 'banale' perché volevo scendere da un qualsiasi piedistallo e farti intendere che non mi ergevo a giudice.

Ken Kesey & Neal Cassidy
"E' la paura del sogno che mi spinge a dire questo. Vedi, mi ricordo una notte, nell'entroterra ligure. Avevamo, io e due miei amici e compagni di liceo, 17 o 18 anni. Uno aveva una macchina e ci eravamo stipati per raggiungere altri ragazzi per una festa in una casa di un'altra persona che non conoscevamo. Nulla sapevamo di più se non che era una festa strana. E per questo, affascinante, aggiungo!"

"Quando siamo arrivati abbiamo trovato un'atmosfera molto particolare. Sballati, fumati, intrippati. Pochi erano presenti con la testa. Fumo, luci minime che non lasciavano vedere altro se non ombre di colori e intuizioni di volti ed espressioni. Su tutto dominavano gli occhi socchiusi e le espressioni stordite. Musica psichedelica, folk, etnica, confusa anch'essa. E puzza di fumo, di hashish, di strani odori dolci, incenso, patchouli. Poi, il gruppo dei duri. Altro che sballati. Di sopra, girava voce, c'erano loro. Quelli che si 'bucavano' mentre sotto stavano quelli che fumavano e prendevano gli acidi."

"Gli acidi, ecco. Pastigliette irregolari, losanghe rosa, bianche, colore panna. Ne vuoi? Ce ne sono per tutti." Noi eravamo veramente dei pischelli. Più intimoriti, impauriti che altro. Si diceva, si parlava ma poi, alla resa dei conti, non si faceva nulla. Presi il coraggio a quattro mani e salii le scale. 'Caspita' di sopra gira l'eroina! Voglio proprio vedere. L'idea del 'viaggio' del 'trip' dell'esperienza verso i confini dell'universo dei Tangerine Dream, degli Ash Ra Temple, dei Kosmic Jokers. E poi, gli Aktuala, suoni di bongo, chitarre, sitar."

Salgo sul pianerottolo di questa casa rustica dell'entroterra di Chiavari e intravedo all'interno delle stanze, lo sfacelo. Gente ammassata su improbabili materassi stesi a terra. Candele su candele e gente che passava un cucchiaino sulla fiamma per prepararsi al 'buco'. Silenzio interrotto da un biascicare parole confuse e incomprensibili. Odori di una bassa umanità e su tutto odore di urina. Il bagno era ridotto uno sfacelo. Schizzi di sangue vecchio sulle piastrelle e sporco su sporco. Un tappeto di siringhe da insulina e di fiale di fisiologica frantumate per terra
"Ma dov'era questo 'confine del cosmo' a cui faceva riferimento Claudio Rocchi nel suo 'Volo magico'? Qui c'era solo sporco, puzza e sfacelo umano. Dov'era lo spirito creativo? Qui vedevo solo un abbandono senza speranza!" Me ne scesi via, dopo avere osservato bene bene in giro. Se mai avessi avuto anche un lontano desiderio di 'provare', quelle visioni me lo avevano cancellato del tutto!"

"Scesi al piano terreno e dissi agli amici con i quali ero venuto che volevo andare via. Loro avevano 'socializzato' e sfumacchiavano qualche spinello. Che rompiscatole sei! Qui c'è roba buona, aspetta ...  In loro non si era rotto alcun sogno. Loro sfumacchiavano beati del 'fumo' che, oltretutto era gratis. Io ero il rompiscatole che voleva andare via disgustato. In realtà ero ferito a morte. Ma come? Il viaggio psichedelico verso la libertà creativa e la percezione totale consisteva nello stare ammucchiati per terra nello sporco e nella puzza di urina, guardando inebetiti il nulla?"

Merry The Hermit - October1966
"Per questo, mia cara, ti dico che anche adesso adoro leggere dei Merry Pranksters, della Beat Generation, dei White Nigros, degli Hyppies e di Nel Cassady, di Ken Kesey. Anche adesso sento che Jimi Hendrix e Janis Joplin e il Fillmore di San Francisco sono vivi più che mai dentro di me. Ma sono cose che accarezzo come si accarezza un sogno impossibile in tutti i sensi. Un sogno che è finito e che non si vuole dimenticare e fare morire nell'oblio. Ma anche un sogno che non è mai stato realtà ma solo desiderio, perché è impossibile."

"Forse è stato impossibile fin dall'inizio. Frutto di una premessa incantevole che è marcita nella sua messa in pratica. Ucciso da banali e mediocre persone che fanno parte comunemente del genere umano e che permeano il bello e il brutto degli aneliti libertari dell'uomo."

Ti ho preso le dita tra le mani e le ho strette. Volevo farti percepire l'intensità del mio 'sentire' quello che ti avevo detto e che ti stavo dicendo. "Nessuno di loro è morto dentro di me. Sono vivi e li conservo per sempre e moriranno con me perché fanno parte del mio bellissimo sogno. Un sogno che è eterno forse proprio perché non ha mai trovato una reale rappresentazione. In me, prima di tutto e per paura che potesse infrangersi."

Mi hai guardato. Hai sorriso in modo divertito ed ironico e mi hai squillato "Allora, mi stai dicendo che si può non provare a vivere per paura di rischiare di morire?" In sintesi, potevi avere ragione. "E' possibile. Si può non realizzare un sogno per paura di infrangerlo." ... e le mie mani stringevano con disperata forza le tue dita.
Cadillac Ranch Foundation
Soundtrack: Janis Joplin - Try (Just A Little Bit Harder)

Friday, May 1, 2015

1° Maggio

Solo l'emozione può esprimere l'intensità di una speranza.
Il 1° maggio è la festa dei lavoratori.
Non è la festa del liberismo.

E' la festa della speranza, del desiderio e della volontà di superare insieme gli ostacoli
per raggiungere quell'ideale di vita che qualcuno ci ha insegnato,
che qualcuno ha tentato di rubarci
ma che nessuno cancellerà mai dalla nostra vita.

Buon 1° Maggio !

1° Maggio 2014 - Festa dei Lavoratori - Roma - Piazza San Giovanni in Laterano
Soundtrack:  Primo Maggio 2014 - Modena City Ramblers (Inno d'italia e Bella Ciao)

Wednesday, April 29, 2015

Sur la Place Rouge de nos deux coeur

Isabelle Huppert
Sibérie dans le train
Sibérie le matin
Sibérie je m’ennuie
Sibérie dans ma vie
Sibérie tous les jours
Sibérie dans la cour
Jean Shrimpton photographed by Bert Stern, 1960

J’ai tant rêvé du fleuve amour
J’ai tant rêvé du fleuve amour
J’ai tant pêché à boire ton eau
Sur la place rouge de nos deux cœurs
J’ai tant rêvé du fleuve amour
Sur la place rouge de nos deux cœurs
Sibérie dans le train
Sibérie le matin
Sibérie je m’ennuie
Sibérie dans ma vie
Sibérie tous les jours
Sibérie dans la cour
Jane Birkin

J’ai tant rêvé du fleuve amour
J’ai tant rêvé du fleuve amour
Sur la place rouge de nos deux cœurs
Sur la place rouge de nos deux cœurs
J’ai tant rêvé du fleuve amour
J’ai tant rêvé du fleuve amour
J’ai tant rêvé du fleuve amour
J’ai tant pêché à boire ton eau
J’ai tant ramé dans mon puit sec
J’ai tant cherché à m’y baigner
J’ai tant rêvé du fleuve amour
Natalie Portman
Je suis fou de toi…
Je suis fou de toi…
Je suis fou de toi…
Je suis fou de toi…
J’ai tant rêvé du fleuve amour
J’ai tant pêché à boire ton eau
J’ai tant ramé dans mon puit sec
J’ai tant cherché à m’y baigner
Je suis fou de toi…
Je suis fou de toi…
Je suis fou de toi…
Je suis fou de toi…
J’ai tant rêvé du fleuve amour
Je suis fous de toi…
J’ai tant cherché à m’y baigner
Je suis fou de toi…
Liv Tyler

J’ai tant rêvé du fleuve amour
 

Monday, April 27, 2015

Calciare i barattoli

Scendevi lungo la strada che portava alla darsena e nella notte e nel buio, intravedevi a malapena la strada. Solo e nel silenzio delle ultime ore di buio. Un barattolo nel mezzo del tuo cammino. E l'irresistibile impulso di calciarlo.

Ozioso, involontario e spontaneo. Un calcio che fa rotolare la latta sui ciottoli della vecchia Milano. Un rumore a metà squillante e a metà cupo. Sul fianco, di punta, ribaltato e di diritto. Sui sassi del selciato che era umido di nebbia anche se quasi d'estate.

Calcio dopo calcio in un ripetere di occasioni. Ora di fianco, ora di punta, ora senza aspettare che si fermi e ora di tacco e destrezza. Volteggia e poi precipita in avanti nel seguire il colpo che gli assestavi. Compagno di ore solitarie della fine della notte.

Rumorosamente rotoli e ti giravolti sui ciottoli della via. Illuso di essere allo stadio, al centro dell'attenzione nello sferrare il colpo decisivo per la vittoria e con le voci dei commentatori che ti seguono e che cerchi di imitare dentro di te o sottovoce.

Nel buio delle strade, passo dopo passo il rumore segue i tuoi passi. Potrai disturbare chi dorme ma si tratta di un rumore di passaggio perché stai tornando a casa. Solo, forse senza desiderio altro se non quello di raggiungere il letto e spegnere quella esperienza di notte.

Non so se sei felice o sei triste. Non lo fai capire. Né sorriso né lacrime. Non "magone" e  neppure gioia. Forse il calcio che dai al barattolo è quello che dai altrettanto alla tua vita. Calcio dopo calcio in avanti, con la traiettoria indotta dalla spinta e dalle asperità che incontri.
Hugo Steiner - Prag (Lithographien zu Gustav Meyrinks Golem)

Ora diritto, ora a destra, ora a sinistra, ora con un salto, uno scarto. Ora scivolando senza rotolare e poi, ecco, fermo contro un ostacolo. Ad aspettare un altro calcio per procedere. Senza volontà ma solo sotto la spinta di un altro. Che ti calcia via e non ti fa decidere.

E poi, abbandonato sul ciglio, come un barattolo. Aperto e vuoto di ogni contenuto. Violentemente squarciato per essere aperto e svuotato e poi buttato via. Usato e gettato. Poi, la seconda vita, quella dei calci in una notte buia, verso la strada di casa.

Sei un barattolo o sei il calcio o la gamba che lo sferra o gli occhi che guardano o le orecchie che sentono senza agire? Chi sei? Magari nulla di tutto questo e il barattolo è anch'esso il nulla e non esiste alcuna delle cose pensate. Forse hai solo sonno e voglia di tornare a casa.

Soundtrack: Manu Chao - Radio Bemba Sound System

Saturday, April 25, 2015

Hit me with your drum stick

Lauryn Hill
Si tratta di una canzone di Ian Dury, uno dei grandi geni della musica pop/rock.
Il significato attribuito è però diverso da quello degli oggetti, in una logica di sottointesi sessuali.
Invece voglio usare la frase in termini essenzialmente musicali.
Perché del concerto di Sting ricordo in particolare il suo batterista.
Steve Copeland, il batterista dei Police.

Soundtrack: Stewart Copeland al Modern Drummer Festival 2006
Jazmine Sullivan
Inventore di una tecnica percussiva,
di un modo di suonare la batteria, originale, unico.
Rock e Reggae, con controtempi inattesi
e rullate velocissime in glissando.
Magica fusione di sonorità ritmiche multietniche.

Soundtrack: GINGER BAKER'S AIRFORCE - SOLO DRUM
India Arie
Questa è stata la bellissima sorpresa.
Partivo dalla sensazione di una batteria perfetta.
Elegante, precisa, efficace ed esclusiva.
Poi mi sono concentrato sul batterista ed aveva gli occhiali.
Capelli chiari, viso allungato e occhiali.

Soundtrack: BILLY COBHAM - STRATUS
Emeli Sandé
Steve Copeland! Era lui!
Ho chiesto al mio vicino se anche lui avesse la stessa sensazione,
il mitico batterista dei Police. Affermativo. Era proprio lui!
Non sono certo il tipo da "fans sfegatato" ma adoro i batteristi bravi.
E Steve Copeland, con Ginger Baker e Billy Cobham e Abe Laboriel Jr. lo sono.

Soundtrack: Performance Spotlight: Abe Laboriel Jr.

Thursday, April 23, 2015

Individualismo e tamburo di latta

“Non ci sono più eroi da romanzo,
perché gli individualisti non esistono più,
perché l’individualismo va scomparendo,
perché l’uomo è solo, ogni uomo egualmente solo, 
enza diritto a una solitudine individuale,
e fa parte di una massa senza nome e senza eroi.”
Gunther Grass - Il tamburo di Latta (1959)

D'altra parte se l'eroe vive di vita propria, in solitudine, perché individualmente preso da logiche e visioni al di sopra della massa, allora si potrebbe dire che oggi esistono ancora eroi da romanzo. Solo che si camuffano di tali e tante debolezze da esserne sopraffatti e quindi scomparire.


January Jones photographed by Vincent Peters for Vogue Italia, August 2014

Perché è l'integrità che guida la luce dell'eroe da romanzo. Un'integrità fatta di nobiltà d'animo, di abnegazione, generosità e spirito di sacrificio immenso. Oggettivamente cose queste che sembrano non esistere più se non in certi personaggi della sfera spirituale che fanno della propria vita un simbolo.

Se mi sforzo, mi viene in mente solo Madre Teresa di Calcutta. Tutti gli altri sembrano essere macchiati di debolezze varie ed essere macchiati in una qual misura da compromessi vari. Non parlo di opportunismo ma semplicemente di deviazioni dalla linea pura a causa di opportune o obbligatorie necessità.
Hiroko Matsumoto - William Kleinphotographer - 1963
Invece è vero il concetto della "massa senza nomi e senza eroi" a cui la solitudine dell'uomo sembra condurre ed è quello che spaventa perché questa sembra essere una scelta, il risultato della mancanza di quel coraggio necessario per essere degni delle proprie idee. Si, perché ognuno di noi ha delle idee ma purtroppo solo una minima parte ha il coraggio di esprimerle e realizzarle.

E, in questo caso, il coraggio fa vivere meglio. Fa stare meglio con se stessi. Garantisce le basi per il proprio equilibrio. Consente di essere pienamente coerenti con il proprio credo. Fa sentire la propria dignità. Permette di portare a compimento quello in cui crediamo. Indipendentemente dal risultato.
Han Hye Jin Embraces the Colors of Peru in Vogue Korea’s July Issue by Alexander Neumann
Soundtrack: Jazmine Sullivan - Bust Your Windows