Sunday, August 3, 2014

La via francigena nel pavese


Lungo un percorso assai caro che mi porta a trovare dove riposa la mia mamma, circondato da campi coltivati e non e da alberi e da papaveri, ecco che ho letto tante volte che di lì passava la via Francigena. Quante volte mi sono chiesto di cosa si trattasse? Quante volte mi sono dimenticato di cercare di sapere. Quante volte facciamo così?  Dimentichiamo di cercare e ci buttiamo nelle contingenze. Dando a queste un'importanza superiore alle nostre domande interne. Ora ho voluto cercare.

Fidenza - Duomo
La Via Francigena è il percorso di pellegrinaggio che nel 990 il Vescovo di Canterbury Sigeric descrisse nel suo diario di viaggio e che portava fino a Roma attraverso il territorio lombardo in terra pavese.



Nel 990 l'arcivescovo Sigeric partì da Canterbury alla volta di Roma per ricevere il "pallium". Dal IX secolo infatti, era stato introdotto l'obbligo per l'universalità degli arcivescovi metropolitani di venire a Roma per ricevere direttamente dal papa il pallium, una semplice veste di lana ornata con la croce che simboleggiava una sorta di vera e propria investitura. Nel corso del suo viaggio di ritorno, Sigeric scrisse un diario di viaggio lungo la Via Francigena, indicando in modo preciso le 80 submansiones, cioè le tappe di sosta tra Roma e il canale della Manica.

Velocità di marcia

Sembra che una guarnigione romana impiegasse un mese per raggiungere la Britannia dai confini dell’Impero del tempo di Augusto, anche se furono ben pochi i soldati romani stanziati in Inghilterra. Roma reclutò principalmente Galli e Germami, e persino Siriaci sia per l’invasione claudiana sia per i presidi). Questo ritmo di marcia risulta plausibile; ma sia oggi che in epoca romana, le strade erano in migliori condizioni di quelle calcate da Ceolfrid, Alcuino o Sigeric. 

Mentre a piedi si percorrevano, in pianura o in collina, da 30 a 40 km al giorno, a cavallo se ne coprivano 50 o 70; le staffette, naturalmente, ne percorrevamo assai di più. I 1600 chilometri - o se si preferisce le mille miglia - che separano Canterbury da Roma, potevano esserE difficilmente coperti in quattro settimane a una media di 51 km al giorno col mulo di un arcivescovo. 

Coloro che riuscivano a coprire la distanza in sette settimane - alla media di 32 km al giorno - dovevano essere ben pochi. Un arcivescovo o un abate, che viaggiassero assistiti a una folta schiera di chierici, monaci, guardie e servi, la maggior parte dei quali a piedi, gli altri su muli - raramente a cavallo - dovevano impiegare mesi per un viaggio di andata e ritorno a Roma.  Come Ceolfrid anche Sigeric avrà fatto soste prolungate presso città, monasteri e palazzi situati lungo la strada o in prossimità di essa. 

Un viaggio del genere non si compiva spesso nella vita e quindi si coglieva  l'occasione per visitare luoghi e persone importanti. Se Sigeric impiegò almeno quattro mesi per il viaggio, rimanendo solo tre giorni a Roma, sappiamo da Beda che Ceolfrid impiego 114 giorni per andare da Jarrow fino a Langres, dove morì. Lasciato il suo monastero il 4 di giugno, l'abate giunse infatti a Langres il 25 settembre, dopo aver attraversato il Canale sbarcando sulla costa Francese a Quentovic, entro l’estuario del fiume Canche.

E’ per puro caso che conosciamo in dettaglio l’itinerario romano dell'arcivescovo e che abbiamo i nomi di  79 delle 80  submansiones con tutta probabilità, i pernottamenti del suo viaggio di ritorno verso Canterbury. Le tappe del percorso sono state trascritte da mano ignota in appendice a un elenco di papi del X secolo conservato nella British Library di Londra. Sigeric non e’ una personalità storica di spicco, la sua firma ricorre soltanto su pochi documenti di secondaria importanza. Tuttavia ai suoi tempi egli ottiene un certo rilievo come intellettuale.  Colto, amante e patrono delle lettere, Sigeric raccoglie una considerevole biblioteca che, per testamento, lascia alla cattedrale di Canterbury. Sigeric muore il 28 ottobre 995, quando le Cronache registrano come  "Nell'anno 995 comparve la stella chiamata 'cometa' (che significa 'dai lunghi capelli') e l'arcivescovo Sigeric trapassò; Aelfric, vescovo del Wiltshire fu scelto a succedergli" .


In origine, la via francigena era la longobarda "Via di Monte Bardone", Mons Longobardorum, da cui il nome che passò ad indicare gran parte dell'Appennino tosco-emiliano oltre che l'omonimo Passo, corrispondente all'attuale Passo della Cisa.


La strada era nata dall'esigenza dei Longobardi di collegare Pavia, capitale del loro regno, con i ducati meridionali di Benevento e Cassino attraverso un corridoio interno che fosse protetto da eventuali attacchi bizantini, padroni del litorale toscano, delle coste liguri, dell'Umbria e degli sbocchi appenninici orientali.



Sigeric, raggiunte Ivrea ed Aosta utilizzando il percorso della strada romana , attraversò le Alpi valicando il Gran San Bernardo ove sorgeva un importante ospizio e raggiunse Losanna, Besancon e, dopo aver percorso la fiorente Champagne, regione particolarmente rinomata per le sue fiere, toccò Reims ed infine Calais, dopo circa ottanta giorni di viaggio.



Summoner-of-Storms-by-Sarah-Ann-Wright
L'attraversamento del passo del Gran San Bernardo è attestato anche dall'itinerario compiuto da Nikulas di Munkathvera, un monaco islandese che, tra il 1151 ed il 1154, intraprese un lungo cammino che lo condusse dapprima a Roma e poi in Terrasanta.



Dalla fine del XII secolo le fonti itinerarie attestano sensibili modificazioni del tracciato della Francigena e ne documentano la sua progressiva ramificazione. Più che di una singola strada ci si può riferire ad un "fascio di strade " che correvano parallele o si intersecavano con il percorso originario.



Infatti, la grande fioritura e l'ampliamento dei traffici commerciali del Duecento favorirono l'affermarsi di itinerari alternativi che spesso si sostituirono, almeno in parte, a quello della Francigena. E' il caso per esempio dal ruolo svolto dalla città di Firenze che sposterà l'asse delle comunicazioni con Roma dalla Valle dell'Elsa a favore del proprio territorio. La direttrice Bologna - Firenze - Siena - Roma negli ultimi secoli del Medioevo, continuerà ad essere denominata "Romea" o "strada regia romana ", segno che la destinazione finale, Roma, era divenuta prioritaria rispetto a quella settentrionale. Ma la Francigena o Romea non era solo la strada dei pellegrini Romei : nei numerosi ospizi ed ospedali sorti lungo il cammino, transitavano anche coloro che si dirigevano verso la Terrasanta e Santiago di Compostella.



Per convenzione internazionale, nel 1994 la Via Francigena è diventato itinerario culturale europeo e rappresenta uno dei tre pellegrinaggi verso i luoghi santi della religione cristiana: Roma, luogo del martirio dei Santi Pietro e Paolo, Santiago de Compostela, dove l'apostolo San Giacomo aveva scelto di riposare in pace, e Gerusalemme in Terra Santa. 



Il tratto lombardo della Via Francigena, che in Italia collega il Gran San Bernardo con Roma, è inclusa nel territorio pavese e attraversa Robbio, Mortara, Garlasco, Pavia, Belgioioso, Corteolona, Santa Cristina e Bissone e Chignolo Po.



L’Alta Lomellina

Lasciata Vercelli, la via Francigena si dirige verso Pavia. Palestro è il primo centro lombardo che si incontra, con la sua Chiesa di S. Martino, romanica, ampliata nel XIV secolo e in seguito rimaneggiata e le rovine residue del castello (XII secolo), originariamente a sei torri, attorno al quale si sviluppava l’antico borgo.



Nel centro successivo Robbio, forse la romana Retovium, sopravvive un castello ampiamente rimaneggiato nel tempo e oggi trasformato in abitazione privata. Il castello originario, detto dell'Arca, fu il fulcro delle lotte tra Vercelli e Pavia. Il baluardo più importante del complesso è il maschio quadrangolare posto quasi al portone d'ingresso.



San Valeriano - Robbio
La fortificazione, a forma di U, comprendeva anche altre costruzioni come il "dosso del ricetto" che fungeva da ricovero per gli abitanti in caso di estrema difesa, e i quartieri, cioè gli alloggi del piccolo presidio locale in tempo di pace.



Originariamente costruita nel XI secolo ma successivamente rimaneggiata nel Trecento è la chiesa di S. Valeriano. Invece, del XIII secolo è la chiesa di S. Pietro in cotto con portale ed affreschi interni del XV secolo, mentre la chiesa di S. Michele risale al 1400.



Di una storia diversa riferisce invece il tradizionale Palio dl’Urmon, in settembre, nato per ricordare un gigantesco olmo (urmon appunto, simbolo della comunità robbiese per generazioni), abbattuto nel 1985.




Il diario del X secolo dell'arcivescovo inglese Sigeric segnala Tromello come tappa di sosta successiva a Vercelli lungo la Via Francigena, la più importante strada di collegamento nel Medioevo tra i territori della Francia e Roma. Tromello si trova a circa 12 chilometri da Mortara. Nel rione chiamato Dosso o Borghetto si trova l'antico nucleo nel quale poteva sorgere l'ospizio di Sigeric. Oggi, l'unica testimonianza di un passato di guerre e di dominazioni straniere, è il "torrione" seicentesco ; del castello non resta nessuna traccia.

 Prima di arrivare a Mortara la strada antica doveva transitare per Madonna del Campo in cui sorge l'omonimo santuario. La sua esistenza è attestata, con il nome di S.Maria della Pertica, fin dal 1145. Dell'edificio originario, restaurato e rimaneggiato già nel XV, rimangono le colonne del tiburio e alcuni tratti di muratura. Nella facciata, il portone ed il rosone sono decorati in cotto. L'interno è articolato con otto cappelle e presenta affreschi del XVI- XVII secolo.



Secondo una leggenda, Mortara venne fondata dopo la vittoria conseguita da Carlomagno contro Desiderio nel 773. Vi si sarebbero insediati i Longobardi abitanti della distrutta cittadina di Pulchra Silvia. Assai più probabile, però, è che Mortara sia di origini protostoriche, divenuta poi forte romano. La più antica è la chiesa di S. Croce del 1080, rifatta nel XVI secolo. La basilica di S. Lorenzo, patrono di Mortara, è il principale monumento cittadino. Costruita nel 1380 e restaurata nel corso del nostro secolo, conserva opere d'arte del XV e XVI secolo.


Sant'Albino - Mortara
Appena fuori Mortara, sorge l'abbazia di S. Albino, fondata nel IV secolo da Gaudenzio, vescovo di Novara e, ricostruita, sembra, da Carlomagno, dietro consiglio di Alcuino, per farne un mausoleo per i Franchi caduti nella battaglia di Pulchra Silvia. In essa, sotto l’altare, trovarono pace le spoglie di Amelio e Amico, due paladini franchi, venerati poi come santi.



Il monaco Albino Alkwin, consigliere di Carlo Magno fondò accanto alla chiesa un convento che fu dedicato dai primi monaci, francesi e di regola agostiniana, a Sant'Albino di Angers. Posto sotto la diretta giurisdizione del papa, il monastero godette grande fama nei secoli ed ospitò celebri pellegrini come papa Giovanni VIII, Filippo di Francia, S. Francesco d'Assisi, S. Carlo Borromeo.



Il passaggio dei pellegrini è documentata anche dai segni incisi da vari pellegrini su una parete dell'interno, uno di esso è datato 1100: l'abbazia di S. Albino, infatti, rappresentò nel Medioevo una tappa spirituale per i devoti che si recavano a Roma provenendo dalla Francia.



Sant'Albino - Affreschi
L'attuale facciata rinascimentale fu costruita dopo il crollo della facciata romanica e della navata avvenute nel 1539; essa è completata è completata da un portico ad un lato del quale è addossato un fabbricato che forse apparteneva all'antico convento di cui rimangono resti del chiostro. Di epoca romanica sono l'abside e il campanile quadrato con muri muniti di feritoie. All'interno della chiesa si conservano pregevoli affreschi del XV e del XVI secolo.


A Garlasco si visita il Santuario della Madonna della Bozzola prima di piegare verso Pavia, storica capitale del regno longobardo e dal Medioevo sede di una delle più antiche università italiane.

Dopo Groppello sarà il caso di spiegare l’etimologia di un paese ormai alle porte di Pavia, San Martino Siccomario (chiesa del XII secolo dedicata al protettore dei viandanti), ebbene l’attributo deriva da “Sicut Mare”, come il mare, in quanto spesso e volentieri le sue campagne erano il campo di scorreria del Ticino in piena.



A Pavia, oltre al castello visconteo, San Pietro in Ciel d'Oro, la pinacoteca Malaspina, il Duomo, San Michele Maggiore, San Teodoro, il ponte coperto sul Ticino, bisogna concentrarsi sulla Certosa che è un esempio pregevole dell'arte lombarda del sec. XV, voluta da Gian Galeazzo Visconti nel 1396.



Certosa di Pavia
Lomello, l'antica Laumellum è segnalata negli itinerari del IV secolo come una stazione sulla grande via che da Ticinum (Pavia) conduceva per Augusta Taurinorum (Torino) , il Moncenisio nelle Gallie oppure attraverso Vercelli, Ivrea, Aosta e il Passo del Gran S. Bernardo verso i Paesi anglosassoni.


E' citata come "mansio" cioè punto di sosta anche nell'Itinerario Burdigalense, diario scritto da un anonimo pellegrino nel 333 di ritorno dalla Terrasanta. I sepolcreti, le iscrizioni, la massicciata stradale, un pavimento di stile pompeiano sono le testimonianze più significativi del periodo romano; sono attualmente custoditi nel Municipio sito nel restaurato castello quattrocentesco.



Notevole è il complesso della basilica di S.Maria maggiore del X-XI secolo accanto alla quale sorge l'ottagonale battistero di S.Giovanni ad fontes del X secolo. Romanica, anche se restaurata all'interno nel 1950, è anche la chiesa di S. Michele con abside del XII secolo.



Battistero di S.Giovanni ad fontes
Per recuperare la strada che stiamo percorrendo in direzione di Garlasco, paese successivo a Tromello, vale la pena di attraversare Scaldasole le cui vicende storiche sono strettamente legate a quelle del suo castello, un imponente edificio che domina l'abitato. Benché appartenente agli edifici costruiti a scopo difensivo nel XV secolo dai Visconti, l'aspetto è quello di una residenza piuttosto che di un severo maniero.



Del castello di Garlasco, uno dei più importanti della Lomellina, è rimasto solo il torrione, adibito prima a magazzino, poi a carcere e ora in fase di ripristino. La chiesa parrocchiale, dedicata alla Beata Vergine Assunta e a S. Francesco Saverio, venne edificata sull'area dell'antica chiesa di S.Maria intra Muros di cui rimangono l'abside, la base del campanile ed alcuni affreschi quattrocenteschi.



A un chilometro dal paese si trova l'edificio religioso più noto perché meta di pellegrinaggi, il Santuario della Madonna della Bozzola, cosi' chiamato perché era circondato da siepi di biancospino, in dialetto "bousslon", da cui il nome di "Bosla". La tradizione vuole che sia stata eretta sul luogo in cui, nel 1462 la Madonna fosse apparsa ad una bambina muta mentre conduceva il suo gregge a pascolare.



Castello di Sartirana
Il castello di Sartirana invece venne edificato alla fine del XIV secolo da Jacopo dal Verme su ordine di Gian Galeazzo Visconti e per dimensione e complessità costituisce l’edificio fortificato più importante della zona.



A Groppello Cairoli si trova l'antica rocca (il borgo è già citato in documenti del X secolo) poi ampiamente rimanegiata. Il massiccio castello è formato da due corpi a forma di L; la facciata principale, a lato della quale si erge un torrione, era forse anticamente ornata da una merlatura.



La Francigena segue ora il percorso dell'antica strada romana e corre verso est, parallela al fiume Po. 

Bordone per sostenersi, la bisaccia in pelle per il pane, la zucca come borraccia ed eventualmente la conchiglia per raccogliere l’acqua il pellegrino dopo Pavia, passando per l’abitato di San Pietro, puntava verso Piacenza attraverso il porto fluviale Ad Padum di Corte Sant’Andrea Calendasco. Sono 42 chilometri circa. Si attraversano nell’ordine (rifacendosi un po’ alla via regia longobarda un po’ gli antichi tracciati dalla Via levata) Motta San Damiano (chiesa romanica con ospedale questa volta degli Olivetani prima, e dell’Ordine di Malta, poi), San Leonardo, Ospitaletto Linarolo (nome omen).


A circa tre chilometri a sud-ovest, in direzione del Po e poco prima di Linarolo (!) si trova la località di S. Giacomo della Cerreta con il famoso oratorio di San Giacomo, un autentico florilegio di immagini del santo con la firma per alcuni nientemeno che di Giovanni da Caminata (metà del 400). In questo caso già la toponomastica può fornirci alcuni indizi: ci troviamo nelle vicinanze di una importante strada percorsa da pellegrini che viaggiavano verso Roma o, da sud a nord, verso Santiago di Compostela e, in questa località troviamo un oratorio dedicato a S. Giacomo con annesso ospizio. S. Giacomo, le cui reliquie in Galizia erano meta di pellegrinaggio da ogni parte d'Europa, è rappresentato nei numerosi affreschi quattrocenteschi interni alla chiesa.



Sulle pareti della chiesa si susseguono le immagini del santo in veste da pellegrino con il tipico bordone (bastone), la mantellina corta ed il cappello a larghe tese con la conchiglia, simbolo del pellegrinaggio. Il culto per S. Giacomo è ancora molto sentito: la statua lignea del Santo, conservata nella chiesa, è ogni anno in testa alla solenne processione che si celebra il 27 luglio, festa di S. Giacomo.

La chiesa nel tempo è stata adibita anche ad ospedale per colerosi e gli infermieri del tempo prudentemente avevano provveduto a dare una mano di bianco calce ai pregevoli affreschi. L’ospizio era significativamente intitolato al “barone per cui la giù si visita Galizia”.



A Belgioioso, si impone per la sua mole il castello visconteo costituito da vari fabbricati di epoche e stili diversi. Il castello infatti è caratterizzato da una parte originaria edificata per volontà di Gian Galeazzo Visconti attorno alla seconda metà del Trecento, con la facciata merlata ed il ponte levatoio, e di una villa settecentesca con grande parco.


Attraversato il fiume Olona, si giunge a Corteolona sede della corte regia in età carolingia e successivamente dei re italici. In età altomedioevale la sua importanza fu legata alla presenza del monastero dedicato a Sant'Anastasio, il monaco martirizzato dal re di Persia Cosroe, insieme ad altri 70 cristiani. Oggi, della chiesa originaria fatta erigere dal re longobardo Liutprando, non restano che pochi frammenti. Altro elemento di pregio è la cinquecentesca chiesa di Santo Stefano e il Castellero.



Santa Cristina - Abbazia ora trasformata in abitazioni private
Segue il paese di Santa Cristina e Bissone con la sua antica abbazia benedettina, fondata dal re longobardo Liutprando nella prima metà del VIII secolo. Santa Cristina è la quinta essenza del “villaggio strada”. La sua famosa, ed un tempo anche ricchissima abazia, rientra nella politica dei monasteri attuata dai re longobardi allo scopo di creare, lungo la Via del Monte Bordone, una catena di luoghi di preghiera ma anche ospizi per i pellegrini.



A Santa Cristina dove Sigeric ci segnala un punto di sosta esisteva questa importante abbazia, documentata sin dal XI secolo, che ospitò personaggi importanti come Corradino di Svevia. Di questa gloriosa abbazia non rimane nulla di visibile; esiste solo un fabbricato chiamato Collegio che reca tracce di fondamenta e murature del '700 e forse di epoche precedenti.



L’ultima tappa della Via Francigena in terra pavese è Chignolo Po, nei pressi della confluenza con il Po. Ai margini dell’abitato si trova il castello Cusani Visconti, uno dei rari esempi di architettura neo-medievale del XVIII secolo.



Il Castello di Chignolo Po venne eretto sui possedimenti terrieri donati nel 910 da re Berengario ai monaci benedettini dell'Abbazia di S. Cristina. Questi ultimi dal 910 al 1251 edificarono, all'interno del ricetto fortificato ai piedi della Grande Torre, la "Fattoria Monasteriale". Questa comprendeva le celle, i magazzini e le officine dei monaci, il fabbricato dei "famuli supersedentes" cioè i coloni vincolati, l'orto dei semplici ovvero il giardino delle erbe aromatiche. Nel 1251 il castello e tutte le sue proprietà, per volere dell'abate di S. Cristina, divennero feudo di Uberto Vignati.



Ampliato ed adibito a funzioni diverse nel corso dei secoli, oggi è possibile visitare la maggior parte dei corpi di fabbrica, il bellissimo parco con il settecentesco Tempio di Cerere, alcuni locali interni abbelliti da ricche decorazioni. 
Castello di Chignolo Po
 Conclusioni: chi erano questi pellegrini?
Tutta gente ricca di una volontà di potenza collettiva ed individuale, protesa al sacro (si provvedeva, prudentemente, a dimenticare le cose terrene con un bel testamento prima del viaggio) estranea a se stessa che, visivamente, già realizzava la Chiesa militante su questa Francigena, una delle tante direttrici degli itinerari delle fede europea. Le sacre vie erano “metafora dell’unità delle Res-Publica christiana, una koinè di valori globali, dove tutto era simbolicamente e misteriosamente raccolto nel tutto, dove la strada non era solo un mezzo si comunicazione concreto”. “Questi uomini avevano fra le loro provviste anche e soprattutto il timor di Dio. Erano spinti da quel clima fantastico di devozione profonda che coinvolge la persona umana in tutti i suoi aspetti siano essi spirituali, morali, intellettuali o fisici. Li attendeva il ristoro che dà la fede in Dio; li aspettavano delle Mete che davano Certezze. Uomini intrepidi che viaggiavano dentro e fuori del tempo; prima che sulle strade nella ricercainteriore della propria anima. Li ricorda anche il grande Dante che dice nella sua Vita Nuova “chianmasi romei perché vanno a Roma”.

E chi siamo noi?
Ancora pellegrini. In un mondo che corre senza lasciare il tempo di pensare. A chi siamo. Al perché siamo qui. A quali sono i nostri destini e i nostri compiti. Ecco, siamo tutti lungo una via. Protetti da vestiti da scarpe, con le nostre riserve di cibo e da bere. Tutto per il corpo. E per la nostra anima? Per il nostro spirito? Siamo solo materia? O ben altro...?


Saturday, August 2, 2014

Etiam si omnes, Ego non - La filosofia della libertà

 Меркулов Антон
"Il problema dell’uomo e del suo destino è prima di tutto il problema della libertà"


Dal libro "Arcipelago Gulag" di Solzˇenicyn una considerazione su Berdjaev "Al momento del processo, sono riusciti a trasformare in marionette la cerchia di Berdjaev, ma non lui medesimo. Lo volevano processare, fu arrestato due volte, lo portarono (1922) a un interrogatorio notturno da Dzerzˇinskij, e c’era anche Kamenev (dunque neppure lui disdegnava la lotta ideologica per mezzo della Cˇeka). Ma Berdjaev non si umiliò, non si profuse in suppliche: espose con fermezza i principi religiosi e morali in virtù dei quali non accettava il potere che si era instaurato in Russia, e non solo fu riconosciuto inutile processarlo, ma lo liberarono. Ecco un uomo che dimostrò di avere un punto di vista proprio!»

Nikolaj Berdjaev nasce a Kijev nel 1874. Nasce in una famiglia di antica nobiltà e di tradizioni militari. Subito si appassiona allo studio di Marx, nel pensiero del quale crede di individuare l’esito compiuto del messianismo giudaico-cristiano. 

Secondo Berdjaev la Storia progredisce su due livelli:
1) per mezzo del capitalismo essa si sviluppa verso la Giustizia Assoluta
2) attraverso la ricerca di mondi diversi e di valori eterni, l’umanità si sta avvicinando alla Verità Assoluta.

Suggerisce che nell’interpretare l’evoluzione storica non ci si dovrebbe concentrare soltanto su leggi materialistiche e scientifiche, ma considerare in  primo luogo quelle etiche e religiose. L’avvento di una nuova società di giustizia e verità sarà il risultato di cambiamenti da portare non già al rapporto distributivo dei mezzi di produzione, bensì alla mente e alla coscienza dell’uomo, nello sforzo di perfezionarsi e di avvicinarsi ad un modello ideale di verità e moralità assoluta.

«Il materialismo storico è soltanto una scadente sovrastruttura metafisica della struttura positivistico-scientifica del nostro tempo, una sovrastruttura completamente priva di elementi idealistici».

«La teoria positivista della conoscenza rivela tutti i limiti del pensiero di cui fa parte e al tempo stesso la necessità della metafisica».
Olga Zlobin
La filosofia di Berdjaev ha inizio con la libertà, che egli considera essere la base di tutto le altre cose: libertà è quell’ambito della nostra esistenza che non può essere influenzato né determinato da altro.

La libertà è la cosa ultima: non si può derivare da nulla né può essere equiparata ad altro. La libertà è il fondamento incausato dell’essere: è più profonda dell’essere stesso.

Ciononostante la libertà deve comunque essere conquistata.
Soundtrack:  Raduza - Dnes v noci nad svety

Sarebbe un errore pensare che l’uomo comune ami la libertà. Sarebbe un errore ancora più grande supporre che la libertà sia una facile conquista. La libertà è difficile da ottenere, è più facile rimanere schiavi.  

La libertà non può essere compresa né tollerata dalla mente oggettiva, ossia da quella parte di noi che cerca di controllare la realtà e che ci fornisce certezze riguardo al mondo. La mente oggettiva scinde infatti il mondo in Soggetto e Oggetto, io e altri, Spirito e Natura, e così via. Questa attività, che Berdjaev chiama “oggettivazione”, comporta sia vantaggi che inconvenienti.

La libertà è prima rispetto all’essere: non può essere determinata dal nostro essere. È senza fondamento, senza causa. Quando cerchiamo di determinarla, di razionalizzarla, di oggettivarla, la libertà scompare.
Sasha
La verità
La nostra nozione di verità subisce l’influenza dell’oggettivazione: solo ciò che può essere oggettivamente verificato viene considerato vero, genuino, degno della nostra fiducia. Il dominio del pensiero oggettivo, che si manifesta materialmente nella scienza e nella tecnologia, soffoca – alienandola – la vita dello spirito e quella dell’individuo.

Verità ha due significati: verità come conoscenza della realtà, e verità come realtà stessa.

Dove dobbiamo cercare i criteri di verità? Troppo spesso gli uomini cercano questi criteri in ciò che sta più in basso della verità stessa, nel mondo oggettivo che porta con sé le sue costrizioni: si cercano criteri per il mondo dello spirito in un mondo che è materiale, infilandosi perciò in un vicolo cieco. La verità contingente e provvisoria non può fornire nessun criterio per la verità ultima: essa sta infatti a metà strada e non conosce né l’inizio né la fine. Ogni dimostrazione poggia sopra un che di indimostrato, di postulato, di assunto a priori. C’è un’alta dose di rischio e nessuna garanzia: la libertà dello spirito non conosce garanzie.

L’unico criterio della verità è la verità stessa e la luce che da essa si espande.

Soundtrack: Jaromír Nohavica - Ještě mi scházíš

La verità non ha niente a che vedere con il mondo oggettivo, è piuttosto in relazione con quello spirituale. La verità è qualcosa di presente ed immediato.

La verità è il ridestarsi dello spirito nell’uomo, la sua comunione con lo spirito.

La verità non è del mondo, ma dello spirito: essa si conosce soltanto trascendendo il mondo oggettivo. La verità è la terminazione del mondo oggettivo. 
Петриченко Валерий
Lo spirito
Come accadeva per la verità, nemmeno alla dimensione spirituale si arriva partendo dal mondo naturale. Questa dimensione, infatti, esiste per un suo proprio diritto, senza necessità di essere dimostrata e provata. Cercare di farlo è come mettere il carro davanti ai buoi.

L’esperienza spirituale è la realtà più alta nella vita dell’uomo: in essa il divino non è dimostrato, ma si mostra di per sé.

La realtà dello spirito è testimoniata dall’intera esperienza dell’umanità: rifiutarla significa essere ciechi e sordi di fronte alla realtà, significa essere incapaci di distinguere le qualità dell’essere o di descrivere ciò che si distingue. Il mondo spirituale è tanto reale quanto quello delle cose naturali. Questa realtà non si può dimostrare, ma è percepita da coloro che riescono a distinguerne le qualità. Lo spirito, perciò, mira quasi a sopraffare il mondo oggettivo: la sua battaglia contro il potere dell’oggettivazione è una sorta di “rivoluzione spirituale”.
Sergey Karpenko
Soundtrack:  Rimsky-Korsakov - Dubinushka, op. 62

La personalità umana
Mentre l’oggettivazione annulla il singolo in favore dell’universale e del generale, lo spirito ristabilisce ed afferma il valore dell’individuo nei confronti di ciò che è immobile, inerte, materiale, determinato, oggettivo.

L’anima dell’uomo ha più valore di tutti i regni del mondo: il destino dell’individuo viene prima di qualunque altra cosa.

Secondo Berdjaev la personalità umana rappresenta qualcosa di più che il nostro modo di essere nel mondo: essa è l’inestimabile ed irripetibile valore dell’individuo.

Il segreto dell’esistenza della personalità sta nella sua assoluta non-rimpiazzabilità, nella sua unicità, nella sua incomparabilità.

La personalità è qualcosa di unico al mondo, non c’è niente cui si possa paragonare, niente che possa essere messo al suo stesso livello.

Jaroslav-Monchak
Sebbene la personalità individuale sembri essere inferiore alla società, al mondo e all’universo, essa in realtà li contiene, li ha al suo interno, ed è un valore molto più grande.

La personalità non è parte dell’universo, ma è l’universo che è una parte della personalità: esso è una sua qualità. Tale è il paradosso del personalismo.

La personalità contiene in sé l’universo, ma questa inclusione ha luogo non nella sfera del mondo oggettivo, bensì in quella del mondo soggettivo, cioè nella dimensione esistenziale.

La personalità è il centro dell’esistenza, è capacità di soffrire e gioire. Nient’altro al mondo - nazione, Stato, società, istituzione sociale, Chiesa - ha questa capacità.

L’esaltazione del valore dell’individuo nei confronti della collettività non implica però l’affermazione di un individualismo radicale né la necessità di un’opposizione alla comunità. L’affermazione del supremo valore della personalità non ha solamente a che fare con la salvezza personale, ma piuttosto con l’espressione della suprema vocazione creativa della persona nel mondo in cui vive.  

La personalità è di per se stessa relazionale: essa presuppone una comunità e una comunione con gli altri uomini. La profonda contraddizione e la difficoltà della vita umana è dovuta proprio a questa dimensione relazionale della personalità.
Nikita-Sergushkin
Soundtrack: Beirut: NPR Music Tiny Desk Concert

La creatività
L’abbandono dell’oggettivazione porta al riconoscimento della creatività come la più alta dimensione realizzativa dell’individuo, poiché «solo colui che è libero, crea».

La creatività è qualcosa che proviene dall’interno, da incommensurabili ed inesplicabili profondità, non dal di fuori, non dalla necessità del mondo. Il tentativo di rendere comprensibile e di porre un fondamento all’atto creativo è destinato a fallire. Comprendere l’atto creativo significa ammettere la sua inesplicabilità e la sua non-fondazione. La creatività comporta una partecipazione al mistero dell’esistenza, essa vive infatti nelle profondità della libertà.

La creatività è il più alto mistero della vita, il mistero dell’apparizione di qualcosa di nuovo, finora sconosciuto, non nato o derivato da qualcos’altro.

La vera vita consiste nella creatività, non nello sviluppo: nella libertà dell’azione creativa e del fuoco creativo, piuttosto che nella necessità e nella pesantezza del cristallizzarsi in un autoperfezionamento.

Con “creatività” Berdjaev non intende soltanto la produzione di opere d’arte, ma ogni processo di trasformazione dell’io e del mondo.

In ogni attività artistica viene creato un nuovo mondo: un mondo libero ed illuminato.

L’essenza della creatività artistica è costituita dalla liberazione dal fardello della necessità. Nell’arte l’uomo vive fuori da se stesso, libero dai pesi della vita: ogni atto artistico-creativo è una sorta di trasfigurazione dell’esistenza. Nel pensiero artistico l’uomo si libera dalle costrizioni del mondo. Nell’atteggiamento artistico-creativo verso questo mondo troviamo un aggancio per un mondo diverso.
Maksim-Mashnenko
La Terza Epoca o “l’ottavo giorno della Creazione”
Berdjaev vede l’avvento di un tempo in cui il nostro potenziale creativo sarà molto più sviluppato rispetto ad ora. Noi saremo allora in grado di collaborare con Dio per ri-creare il mondo.

Nella religione dello spirito, la religione della libertà, tutto sarà fondato, non sul giudizio o sulla ricompensa, ma sullo sviluppo creativo e  sulla trasfigurazione, a immagine di Dio.

Ci troviamo sulla soglia di un’era di creatività religiosa, su uno spartiacque cosmico. Questo rovescerà gli effetti della “caduta”, del “peccato originale”, ci porterà verso una nuova era (la Terza Epoca) e verso la religione dello spirito.

Il mondo non ha ancora visto un’epoca religiosa della creatività. Il mondo conosce soltanto l’epoca della Legge dell’Antico Testamento e l’epoca della Redenzione del Nuovo Testamento.

Le tre epoche della rivelazione divina nel mondo non sono altro che le tre epoche della rivelazione dell’uomo. Nella prima epoca è portato alla luce il peccato e viene rivelata una naturale forza divina; nella seconda l’uomo si fa figlio di Dio ed appare così la redenzione; nella terza, infine, si rivela la divinità della natura creativa dell’uomo ed il potere divino diventa potere umano. La visione berdjaeviana dell’umanità supera la distanza tra uomo e Dio attraverso l’atto creativo, visto come un processo di divinizzazione.

La terza rivelazione dello spirito non avrà nessun testo sacro, non ci sarà nessuna voce dall’alto; sarà compiuta nell’uomo e nell’umanità – sarà una rivelazione antropologica, uno svelamento della “cristità” dell’uomo.

L’alba dell’epoca religiosa della creatività sarà anticipata da una profonda crisi della creatività stessa. L’atto creativo produrrà nuovo essere e nuove realtà piuttosto che valori o culture differenti; nella creazione la vita non verrà soffocata. La creatività umana continuerà la Creazione, rivelerà l’unione della natura umana col Creatore. Si arriverà così al passaggio del Soggetto nell’Oggetto e sarà ristabilita la loro identità. Tutti i grandi artisti possono presentire questa svolta.
Tratto da Filosofico.net - A Sangalli
Stefan-Beutler
Soundtrack: L´amour c´est la mort...... - Radůza

ANNIVERSARIO: UN ANNO : 245 POST : un unico divertissment
 

Friday, August 1, 2014

Asinus asinum fricat

Lo vediamo tutti i giorni ... e ben da qualche secolo se l'ha detto Cicerone (De Amicitia).
Lo dicono i francesi (L’âne frotte l’âne) e lo dicono gli inglesi (birds of a feather flock together) e i russi (Дурак дурака хвалит) e ancora chissa chi altro.

D'altra parte, in tutto il mondo gli imbecilli tra di loro si lodano.
E crescono.
E si fortificano.
E dominano.

Ma per quanto?
Da quasi 2100 anni continuano a farlo.
Abbiamo speranza?
Soundtrack: The Carbonfools - Donkey